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CONVERSAZIONE CON GIORGIO FINAMORE
[Venezia, 18 agosto 2002]
E.D.P. Buona sera Giorgio!
G.F. Buona sera a te, e ben trovata!
E.D.P. Grazie! …Vorrei iniziare con una domanda su un particolare molto rilevante nel tuo lavoro. I tuoi quadri sono stati, praticamente quasi tutti, realizzati con l'insolita tecnica della penna biro! Mi potresti esporre la ragione per cui lavori in questo modo?
G.F. Ho cercato, in anni passati, di estendere la mia conoscenza di disegnatore e di illustratore, in tutti i campi delle tecniche grafiche: olio, tempera, pennarelli, china, ecc. Mentre disegnavo un fumetto, circa sei o sette anni fa, usai per la prima volta la penna biro. Intendo per la prima volta dopo aver schizzato anni e anni durante le telefonate… questa volta la mischiai all'inchiostratura dei personaggi …mi piacque ed ora è diventata per me la tecnica predominante. Tramite essa posso scavare a fondo, fino ai limiti dell'oscurità…
E.D.P. Sembra complessa come tecnica. Richiede molto tempo riempire una superficie bianca?
G.F. Non è certo una passeggiata. Le prime tavole non erano difficili, ma ora sto ingrandendo sempre di più il formato di partenza. E' rischioso e richiede molta pazienza, soprattutto col passar del tempo, in cui essere originali diventa una sorta di sfida! Dipende anche dalla fatica di rimanere immobili per giorni, al fine di poter raggiungere la perfezione e di evitare di rovinare l'opera… Anni fa disegnavo con più sveltezza. In questo periodo invece sento che è in atto una leggera trasformazione: è traumatico ma sto diventando più lento; in compenso ho una perfezione maggiore...
E.D.P. …E il bianco e nero? Deriva dal fatto che non ci sono biro colorate?!
G.F. Credo ve ne siano invece, ma il nero è per me così uno stile di vita che lo metto al primo posto nella graduatoria per riuscire a creare l'intensa e primordiale fabbrica del gotico. Il bianco e nero mi fa giungere nel territorio denso e claustrofobico dell'oscurità… E non c'è altro che desidero; è lì che riesco ad abbandonarmi alla forza mistica del mistero. Molti denunciano questa corrente d'arte e di vita come deviata o deprimente, ma ultimamente le cose che mi rattristano di più sono proprio le numerose fonti di cosiddetta luce e salvezza che caratterizzano così vanamente questo inizio di millennio, specie nell'arte. Abbiamo tutti bisogno di mistero e dell'enigma che esso produce!
E.D.P. Sei un surrealista? Nelle tue opere qual'è la natura di ogni rapporto e di ogni logica con il reale?
G.F. Intanto, vorrei precisare che spesso si hanno delle opinioni divergenti sulla definizione di "Surrealismo". Il surrealista crea qualcosa di enigmatico, che deve restare enigma per l'osservatore. Se fosse risolvibile, lo scopo non verrebbe raggiunto. L'enigma è il simbolo di molti aspetti dell'irrazionale del nostro essere. Per me l'irrazionale è la rappresentazione del mostro che c'è dentro tutti noi, perciò l'enigma è l'alieno nel nostro corpo, la mutazione, la sintesi tra l'uomo e la tecnologia… io chiamo questo rapporto: "Realismo fantastico".
E.D.P. A cosa ti riferisci esattamente? Mi sembra di capire che il "Realismo fantastico" serva per guardare sotto la pelle delle persone?
G.F. Certo risulterebbe molto interessante scansionare soggetti vivi mentre ci stai dialogando. Io mi limito ad osservare attentamente la gente, radiografando soprattutto i pedoni della scacchiera / matrice / realtà… Non è un mistero che il rapporto simbiotico uomo - tecnologia si stia spingendo fino al punto in cui l'essere umano, ormai protesi della macchina, stia perdendo il proprio corpo. Di oggetti animati anche e soprattutto antropomorfi è piena la storia dell'umanità: gli echi di misteriose meraviglie basate sulla meccanica si perdono nella notte delle mitologie e delle grandi civiltà. Gli automati o automi hanno sempre intrigato l'uomo alla ricerca dell'immortalità o più semplicemente della replica delle funzioni della vita. In questa prospettiva mi riferisco soprattutto allo splendido romanzo "Frankenstein, or the Modern Prometeus" di Mary Shelley, pubblicato nel 1812, in cui compare la figura del primo mostro tecnologico della storia. Creatura simbolo caratterizzato sia da un corpo composto di pezzi di altri corpi, sia da una scissione tra carne e cervello.
E.D.P. Come mai ti interessano così tanto le macchine e gli automi?
G.F. Sono da sempre stato totalmente affascinato dalle macchine industriali, e profondamente intrigato dalle loro forme, dai loro movimenti e dai suoni che producono. Si, perché bisogna sapere che le macchine fanno musica! Esse vengono azionate ed iniziano a martellare, a pestare, a schiacciare, a cesellare, il tutto come una stupenda orchestra industriale. Di fronte alle macchine spesso mi trovo sopraffatto dalla loro potenza, e dal fatto che rappresentano la vita, la forza vitale, l'energia… Mi piace entrare nelle fabbriche o nelle fonderie, anche se sono edifici abbandonati; così permeati dall'angoscia dell'oscurità, e dai frammentari fuochi scintillanti, mi sono sempre apparsi come luoghi in cui robot costruiscono altri robot.
E.D.P. L'arte biomeccanica si basa sulla commistione di organico e inorganico. Cosa pensi dell'arte di Giger?
G.F. L'artista svizzero Hans Ruedi Giger è per me un maestro. E' indubbiamente una grande ispirazione! Attraverso la "Biomeccanica", la tecnologia e ciò che un tempo era stato vivente, si incontrano, formando un intrico di arcaicità e di sviluppo tecnologico. La direzione artistica del film "Alien", rappresenta in questo senso un capolavoro senza precedenti di glaciale maestosità, dovuto dalla fantasia immaginifica e visionaria di Giger. Egli realizzò le varie visioni del design freddo e surrealista dell'astronave calcificata dell'alieno, e naturalmente le varie visualizzazioni, in tutte le sue forme d'evoluzione. Giger è un artista di confine; la sua opera ci sconcerta per la sua enorme dimensione evoluzionistica e ci appare spettrale nella spietatezza della decomposizione delle nostre realtà. E' un po' come trovarsi di fronte ad un Hieronymus Bosch venuto da Marte. Tra diverse forme di espressione (modelli, disegni, fotografie...), tra il passato dei mostri alla Lovecraft e il futuro dello spazio profondo, egli realizzò una raccolta di serigrafie intitolata "Biomeccanoidi" ("Biomechanoiden"), nel 1969. Concepì questa idea come una fusione armonica della tecnica e della meccanica con gli esseri viventi. Nei suoi labirinti mentali prese forma l'Alien, essere sospeso tra organico e inorganico, maschile e femminile, passato e futuro, diventato la metafora delle nostre paure più inconsce. La natura ultraterrena della "Biomeccanica" si fonda proprio sull'unione di materiali biologici e industriali: il vivente possiede perciò sia caratteri primordiali sia artificiali, tecnologici.
E.D.P. Oltre a ciò, che altra corrente pittorica ti sembra vicina?
G.F. Il pittore e caricaturista dadaista George Grosz già nei primi del Novecento anticipava questa deformazione commentando la corrente pittorica della Metafisica: "Le persone non sono più rappresentate in termini individuali con le loro caratteristiche psicologiche, bensì come cose collettive, quasi meccaniche". Senza dubbio mi sento debitore di tale arte, i cui elementi dominanti furono spazi visivi diritti, lineari, e per certi versi fantasmagorici, popolati da figure di automi e di bambole meccaniche. Già si esprimeva l'idea che l'industrializzazione e la tecnologia, stavano derubando gli esseri umani della loro individualità, meccanizzando le loro vite.
E.D.P. Secondo te in Italia esiste una tradizione fantastica?
G.F. No. A quanto pare le leggende paesane, non godettero di grande successo!
E.D.P. Cosa intendi?
G.F. Parlo della tradizione contadina, le leggende di paese, le superstizioni locali… In fondo il fantastico è stato ucciso dalla seconda guerra mondiale. Secondo me non possedeva quella potenza necessaria per reggere lo scontro con il "razionale", che poi è stato alla base di quel periodo, che nel nostro cinema viene denominato "Neorealismo".
E.D.P. So che sei un grande appassionato di cinema; quali sono i tuoi registi preferiti?
G.F. La mia tesi di laurea era incentrata su un grande regista che ho studiato ed apprezzato da sempre. Credo sia il mio regista preferito, in quanto mi piacciono uno dopo l'altro tutti i suoi film… Si tratta di Stanley Kubrick, e tra i suoi film quello che preferisco in assoluto è "Barry Lyndon" del 1975, l'anno in cui sono nato! Ogni volta che lo dico, penso a quale possa essere il film più emozionante di "Barry Lyndon" e mi convinco che sia il miglior film mai realizzato! Tra gli altri registi, è per me importantissimo il russo Andrej Tarkovskij, il cui cinema, somiglia per molti aspetti a quello di Kubrick. Tra i suoi film preferisco "Solaris", "Stalker", "Andrej Rublev". E poi Alfred Hitchcock, Federico Fellini, Pier Paolo Pasolini, Luis Buñuel, Orson Welles, Sergio Leone. E tra i registi viventi: David Lynch, Martin Scorsese, Terry Gilliam, Peter Jackson, Tim Burton, i fratelli Coen…
E.D.P. Quali sono i film che hai amato di più?
G.F. Sono molti i film che mi hanno segnato: come ti avevo già detto, "Alien" di Ridley Scott, e poi "Eraserhead - La mente che cancella" di Lynch, "The Naked Lunch - Il pasto nudo" di Cronenberg; poi "Brazil" di Gilliam, "Titus" di Julie Taymor, "Il pianeta delle scimmie" di Franklin J. Schnaffer, "La cité des enfants perdus - La città dei bambini perduti" di Jeunet e Caro, la trilogia "Evil Dead" di Sam Raimi. Mi piacciono molto inoltre i cartoni animati, e tra i più belli che abbia visto segnalo: "Yellow Submarine" di George Dunning, "Il flauto magico" di Gianini e Luzzati, tutti i film di Bruno Bozzetto, "La plànete sauvage - Il pianeta selvaggio" di Laloux e Topor, "Ghost In The Shell - Lo spirito nel guscio" di Mamoru Oshii. Poi ho trovato sorprendenti "Sayat Nova - Il colore del melograno" di Sergej Paradzanov, "Bad Taste" e "Meet The Feebles" di Peter Jackson, "Koyaanisqatsi" di Godfrey Reggio, "Salomé" di Carmelo Bene, "L'uomo che non c'era" dei fratelli Coen… Ricordo in particolare di essere rimasto folgorato da Jodorowsky per i suoi "El topo" e "La Montaña Sagrada - La montagna sacra", film d'altissimo spessore visionario, che mi hanno stupito, nonché ispirato.
E.D.P. Cosa pensi della letteratura "cyberpunk"? E qual'è il tuo film di fantascienza o "cyberpunk" preferito?
G.F. La cibernetica, gli uomini, la macchina, l'idea di una società disumanizzata e disumanizzante, agghiacciante e metallica, non sono nate solo dalla recente ondata letteraria definita "cyberpunk". Credo che Gibson, Dick, Ballard ed altri scrittori di fantascienza, non abbiano fatto altro che rielaborare, anche se, indubbiamente in maniera originale e personalissima, materiali preesistenti e di antica origine. "Metropolis" di Fritz Lang, ad esempio, tratta argomenti assimilabili alla letteratura "cyberpunk"". Nella metropoli gigantesca e opprimente l'uomo schiavizzato dal lavoro diventa assimilabile alla macchina, e la macchina, invece, diviene inevitabilmente il sostituto dell'uomo. Era infatti ad un robot / replicante, che il dittatore di Metropolis ricorre per sostituirlo. Tra i film prettamente cyberpunk che mi hanno influenzato, non posso tralasciare: "Videodrome" di Cronenberg e "Tetsuo" di Tsukamoto…
E.D.P. "Tetsuo - L'uomo d'acciaio", per me rappresentò uno shock! A te cosa piacque di quel film?
G.F. Credo rappresenti qualcosa che non si è più verificato nel cinema contemporaneo. E' un film che aggredisce lo spettatore per la violenza delle scene e anche del montaggio! Molto tempo fa lo prestai a degli amici che quando me lo riportarono stavano ancora ridendo per la scena del fallo-trivella! In effetti, con tutte le situazioni evidentemente brutali e sanguinolente, possiede un certo umorismo di fondo. Il fatto che la vita di questo comunissimo impiegato occhialuto sia segnata da una metamorfosi che lo renderà, alla fine del film, un ammasso d'acciaio, e in sé eccessivamente alienante. Il tema portante è comunque quello dell'orrore della civiltà umana e della trasformazione del corpo. Quest'ultima, che consiste nella simbiosi tra uomo e metallo, non è una alterazione genetica, ma è piuttosto una deformazione della società, che non considera più il corpo come entità dell'individuo. E' un film fortemente espressionista, e sinceramente mi immedesimo totalmente nel lavoro svolto da Tsukamoto. Finché il mondo non cambierà e non smetterà di traumatizzarmi, cercherò anch'io di sconvolgerlo e traumatizzarlo rappresentando i suoi stessi orrori!
E.D.P. Prima mi parlavi delle macchine industriali che generano musica, e se non sbaglio anche in "Tetsuo" aleggiava una colonna sonora abbastanza martellante. Qual è il tuo rapporto con la musica? Cosa ascolti frequentemente?
G.F. La mia lista di preferenze è molto lunga, tanto che oserei dire che la musica mi piace tutta, ma ci sono delle cose talmente sgradevoli, tipo certa musica pop molto leggera italiana, che sinceramente dovrò essere molto preciso. Intanto sono un grande appassionato di musica classica, in primo luogo di Mozart e Bach. Del primo mi capita spesso di riascoltare molte volte di seguito "Don Giovanni", e del secondo preferisco su tutto la "Passione secondo Matteo". Ma devo aggiungere Vivaldi, Beethoven, Berlioz, Rossini… e sarebbe lungo nominarli tutti! Mi interessa la scuola atonale viennese per Schönberg, ma ancor di più il realismo socialista russo e slavo di Prokofiev, Sostakovic e innanzitutto Krzysztof Penderecki autore de "I diavoli di Loudon" e "De Natura Sonoris". Per quanto riguarda la musica contemporanea sono profondamente affascinato da tutte le composizioni di Philip Glass, autore tra l'altro di "Koyaanisqatsi", il commento sonoro dell'omonimo film. Tra altri compositori per film: Bernard Herrmann, Nino Rota, Ennio Morricone, Michael Nyman. Poi è sempre stata una mia passione l'elettronica. Non tanto la techno di oggi, ma la musica elettronica o techno-pop degli anni Settanta / Ottanta. In quel periodo i sintetizzatori e campionatori, venivano usati con sapienza pur essendo ancora sperimentali, come il moog, e non abusati come oggi, pur essendo attualmente mille volte più sofisticati! Per fare degli esempi: Wendy Carlos, autrice di "Switched-On Bach 1 e 2", ovvero adattamenti elettronici di musiche di Bach, e che compose il commento elettronico per "A Clockwork Orange" e "The Shining" di Kubrick; poi, i Kraftwerk, e i più recenti Depeche Mode, Orbital, Autechre... Ma i generi che amo sono diversissimi, e i gruppi anche: The Beatles, The Who, Emerson Lake & Palmer, Led Zeppelin, Tom Waits, Frank Zappa...
E.D.P. La musica elettronica si sposa perfettamente con i tuoi scenari tecno-apocalittici. Qualche tua illustrazione è nata in relazione a qualche brano degli autori che hai elencato?
G.F. Con l'ascolto di questa musica posso dire di essere più facilitato nella creazione e nella realizzazione di un qualsiasi disegno, ma nello specifico, non ci sono relazioni rilevanti con nessun autore! Inoltre i miei lavori non sono solamente tetri e oscuri. Per me rappresentano, con profondo umorismo, il desiderio che l'umanità possa non diventare così mostruosa, in un prossimo futuro, anche se lo è già diventata da diversi anni. Credo che del sano sarcasmo sia necessario oggi che la società si sta scarnificando con le proprie unghie. Con questo e altro non voglio influenzare il giudizio sulle mie opere.
E.D.P. Attualmente a cosa stai lavorando?
G.F. Ora sto lavorando ad un nuovo quadro. Poi sto realizzando alcune illustrazioni su commissione di vari studi pubblicitari… Lavoro anche con un mio ex-docente dell'Accademia perché sto illustrando un suo libro di prossima uscita. Sto realizzando contemporaneamente un cortometraggio d'animazione, e spero realmente di potertene parlare in futuro… anzi, a breve. Ma i miei progetti sono veramente moltissimi... Comunque posso affermare che nonostante tutto ciò, è difficile riuscire a sostentare immersi in questo particolare clima, in cui l'arte viene vista e creata soprattutto come opera d'intrattenimento commerciale! E' realmente difficile convivere con questa mentalità!
E.D.P. Certo, capisco soprattutto che in Italia non è così facile come in altri paesi europei! Ma credo anche che con la tua professione e con questi lavori ci si possa permettere un guadagno rilevante. Non è così?
G.F. Questo è per me un lavoro serissimo! Sono convintissimo
della direzione che ho preso! E' quello che mi piace e che più
mi ha fatto lottare per ottenerlo! Ma naturalmente devo affermare di non
essere mai totalmente appagato da ciò che realizzo. Se fossi felicissimo
sarei privo di qualsiasi senso di autocritica, che invece, è assolutamente
essenziale per un artista. Detto ciò, devo ammettere che la maggior
parte delle volte i guadagni sono deleteri… Ti passa la voglia
di lavorare, perché senti che lo stai facendo per qualcos'altro,
e lavorare solo per lo stipendio mensile è alquanto triste! Anche
se a volte è purtroppo necessario!
E poi, hai ragione, l'Italia non è certo il paese più adatto
per questo genere di mentalità! La gente, qui, è solitamente
più occupata a trascurare l'intelletto e ad essere felicemente
schiava di qualsiasi cosa! In altre parole, al telegiornale la notizia
che sento più spesso è che uomini italioti e molto potenti
spendono degli interi patrimoni per comprare uno che gioca a pallone…
e poi questo lo vedi nella pubblicità dello yogurt e senti che
non sa neanche parlare. Non so proprio quando non ci si potrà più
vergognare di questa italianità…
E.D.P. Ho capito perfettamente cosa vuoi dire! Cosa pensi dei politici?
G.F. Sono d'accordo con quello che diceva Woody Allen: i politici hanno un'etica tutta loro, ed è una tacca più sotto di quella di un maniaco sessuale.